| Trattamento
intensivo dell'ipertensione arteriosa nel paziente diabetico:
evidenze epidemiologiche e cliniche |
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Giuseppe Penno, Simona Bandinelli
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L'ipertensione è frequente sia nel diabete tipo 1 che nel
diabete tipo 2. Tuttavia, la storia naturale dell'ipertensione è
diversa nel diabete tipo 1 e nel diabete tipo 2. Nel diabete tipo
1, l'ipertensione compare tardivamente, più spesso in associazione
alla microalbuminuria o alla nefropatia, ed interessa il 25-30%
dei soggetti (1). Nel diabete tipo 2, l'ipertensione si manifesta
precocemente, al momento della diagnosi del diabete e spesso (specialmente
in presenza di obesità) anche prima della diagnosi del diabete,
l'ipertensione è parte della sindrome da insulino-resistenza
ed interessa il 70-80% dei pazienti. In almeno l'80% dei pazienti,
l'ipertensione o un anomalo profilo pressorio circadiano sono presenti
al momento della diagnosi del diabete tipo 2. Sia l'ipertensione
che l'abnorme profilo pressorio sono strettamente correlati con
la presenza di albuminuria e sono forti predittori di eventi cardiovascolari
e renali (2, 3). Diabete mellito ed ipertensione arteriosa rappresentano
una associazione ad elevato rischio cardiovascolare. Il 35-75% delle
complicanze cardiovascolari e renali del diabete possono essere
attribuite alla coesistenza di ipertensione.

Diabete, ipertensione e rischio cardiovascolare: evidenze epidemiologiche
Le analisi di sottogruppi di numerose indagini epidemiologiche
prospettiche di lunga durata hanno specificamente definito il rischio
cardiovascolare nel paziente diabetico e nel diabetico con ipertensione.
Contemporaneamente, decadi di ricerca epidemiologica hanno stabilito
i rapporti tra diabete e patologia cardiovascolare. Nello studio
di Framingham, 20 anni di follow-up dimostrano che l'incidenza annuale
di malattia cardiovascolare è due volte maggiore nei diabetici
di sesso maschile (39 vs 19 per 1000 persone per anno) e tre volte
maggiore in quelli di sesso femminile (27 vs 10 per 1000 persone
per anno) rispetto alla popolazione generale (4).

Figura 1 - Diabete tipo 1: cardiopatia ischemica
tra i 30 e i 55 anni di età. Confronto tra dati della Clinica
Joslin e dati dello studio di Framingham; per entrambe le coorti
il follow-up è di 20-40 anni.
Nel diabete tipo 2, un analogo confronto tra studio di Framingham
e dati della Clinica Joslin, dedicato ad un sottogruppo di soggetti
di età compresa tra 35 e 64 anni, dimostra che la mortalità
cumulativa coronarica è almeno due volte maggiore nei maschi
diabetici (60% vs 25%) ed almeno quattro volte maggiore nelle femmine
diabetiche (50% vs12%) rispetto alla popolazione non diabetica (figura
2).

Figura 2 - Diabete tipo 2: cardiopatia ischemica
tra i 35 e i 64 anni di età. Confronto tra dati della Clinica
Joslin e dati dello studio di Framingham; per entrambe le coorti
il follow-up è di 24 anni.
Nel diabete, così come nella popolazione generale, l'ipertensione
è un fattore di rischio cardiovascolare maggiore. Lo studio
HDS (Hypertension in Diabetes Study) - 3648 diabetici di tipo 2
seguiti per più di 4 anni - dimostra che la presenza del
diabete di per se raddoppia il rischio di eventi cardiovascolari
fatali e non fatali rispetto alla popolazione non diabetica normotesa.
Il 40% dei pazienti reclutati nello studio erano ipertesi (sistolica
>=160 mmHg e/o diastolica >=90 mmHg) o in trattamento con
antipertensivi. La coesistenza di diabete ed ipertensione si associa
da un aumento di quattro volte del rischio relativo; dopo 4.6 anni
di follow-up, il rischio di stroke aumenta più del 200% ed
il rischio di infarto miocardico aumenta più del 50% nei
diabetici ipertesi (figura 3). Nello studio HDS, l'elevata prevalenza
di eventi cardiovascolari tra i diabetici con ipertensione è
particolarmente rilevante dato che la loro pressione arteriosa media
era 150/92 mmHg, un aumento di soli 14 mmHg rispetto ai diabetici
normotesi (5).
Lo studio MRFIT confronta la mortalità cardiovascolare (tabella
1) ed esamina la relazione tra valori di pressione sistolica e mortalità
cardiovascolare in 347.978 soggetti di sesso maschile con (n. 5163)
e senza (n. 342.815) diabete.
Figura 3 - Incidenza di eventi cardiovascolari
fatali e non fatali in 3648 diabetici tipo 2 di nuova diagnosi seguiti
per 4.6 anni (mediana); il 40% dei pazienti era iperteso.

Dodici anni di follow-up dello studio MRFIT (Multiple Risk Factor
Intervention Trial) confermano che l'ipertensione aumenta il rischio
cardiovascolare nel paziente diabetico. L'ipertensione, così
come l'aumento del colesterolo, ed il fumo di sigaretta, è
un formidabile ed indipendente fattore di rischio di mortalità
nel diabete mellito. Inoltre, lo studio MRFIT (6) dimostra inequivocabilmente
l'aumentato rischio cardiovascolare conferito dal diabete di per
se; infatti, il rischio relativo di eventi cardiovascolari fatali
è da due a quattro maggiore nei diabetici ipertesi rispetto
agli ipertesi non diabetici.
Tabella 1 - Diabete tipo 2 e mortalità
cardiovascolare: incidenza delle principali cause di morte cardiovascolari
e rischio relativo nel Multiple Risk Factors Intervention Trial.

Il rischio relativo, cioè l'eccesso di rischio dei diabetici
rispetto ai non diabetici tende a ridursi all'aumentare dei valori
della pressione sistolica (figura 4). Due osservazioni sono particolarmente
rilevanti: a. per pressioni sistoliche inferiori a 120 mmHg e comprese
tra 120 e 139 mmHg (normotensione), il rischio relativo indotto
dalla presenza del diabete è massimo, rispettivamente pari
a 4.4 e 3.4; b. per pressioni sistoliche comprese tra 140 e >200
mmHg, benchè il rischio tenda a ridursi progressivamente,
rimane pur sempre almeno doppio nel paziente diabetico rispetto
al non diabetico.

Figura 4 — Mortalità cardiovascolare e
pressione sistolica in soggetti di sesso maschile: confronto tra
diabetici (n. 5163) e non diabetici (n. 347.978) in 12 anni di follow-up.
Il diabete è quindi associato ad un marcato incremento (da
2 a 4 volte) del rischio cardiovascolare in generale e del rischio
coronarico in particolare. La cardiopatia ischemica è di
per se associata ad un aumento (da 3 a 7 volte) della mortalità
coronarica. Tali osservazioni suggeriscono che il trattamento dei
fattori di rischio cardiovascolari nei pazienti diabetici deve essere
altrettanto aggressivo di quello dedicato ai pazienti con patologia
coronarica. Una recente indagine prospettica durata 7 anni ha confrontato
in una popolazione finlandese l'incidenza di infarto miocardico
(fatale e non fatale) in 1373 soggetti non diabetici e 1059 pazienti
con diabete tipo 2 (9). L'incidenza di infarto miocardico nei soggetti
non diabetici con e senza precedente infarto miocardico era rispettivamente
18.8% e 3.5% (p<0.001). Nei soggetti diabetici, l'incidenza di
infarto del miocardio tra i pazienti con infarto all'ingresso nello
studio era 45%, l'incidenza di infarto nei soggetti senza patologia
coronarica era 20.2% (p<0.001). Il rischio di morte coronarica
tra i soggetti diabetici senza precedente infarto miocardico era
sovrapponibile al rischio di morte coronarica dei soggetti nondiabetici
con storia positiva per infarto del miocardio (il rischio relativo
— 1.4; 95%CI: 0.7-2.6 — non risultava significativamente diverso
da 1.0 suggerendo, dopo correzione per età e sesso, un rischio
coronarico simile nei due gruppi. Pazienti diabetici senza precedente
infarto del miocardio presentano rischio coronarico (infarto fatale
e non fatale) simile al rischio coronarico di soggetti non diabetici
con precedente infarto miocardico. Il trattamento dei fattori di
rischio cardiovascolare deve essere altrettanto aggressivo nel paziente
non diabetico coronaropatico (prevenzione secondaria) e nel paziente
diabetico (prevenzione primaria).

Diabete, ipertensione e rischio cardiovascolare: JNC VI e WHO-ISH
Guidelines
Definita ipertensione la pressione sistolica pari o superiore a
140 mmHg e/o la diastolica pari o superiore a 90 mmHg, l'OMS (7)
stratifica i livelli pressori in “gradi” (1, 2 e 3) assolutamente
sovrapponibile agli “stadi” (1, 2 e 3) utilizzati dalla JNC VI (8),
un termine quello utilizzato dall'OMS (grado) che non implica necessariamente
una progressione nel tempo. Il termine ipertensione “borderline”
(140-149/90-94) identifica un sottogruppo di ipertesi di grado 1.
Infine, sono definiti “high-normal” i livelli pressori compresi
tra 130-139/85-89 mmHg.
La stratificazione dei valori pressori (gradi) si interseca
con la stratificazione in quattro categorie del rischio cardiovascolare
(tabella 2); le categorie sono definite in funzione della
coesistenza o meno di: 1. altri fattori di rischio cardiovascolare,
2. danno agli organi bersaglio e, 3. condizioni cliniche associate
rappresentate dalla positività per eventi clinici a carico
del circolo cerebrale, coronarico e/o periferico, di patologie renali
(insufficienza renale o nefropatia diabetica), di retinopatia ipertensiva
avanzata (emorragie o essudati, edema papillare).
Tabella 2 — Stratificazione del rischio cardiovascolare
(rischio a 10 anni di ictus o infarto del miocardio) finalizzata
a quantificare la prognosi: rischio basso, <15%; rischio medio,
15-20%; rischio alto, 20-30%; rischio molto alto, >=30%.

L'intersezione tra gradi (1, 2 e 3) e categorie (I,
II, III, IV) consente una stratificazione del rischio cardiovascolare
assoluto (basso; medio; alto e molto alto) espressione della probabilità
di incorrere nel decennio successivo in eventi cardiovascolari maggiori
(tabella 2). I pazienti diabetici con ipertensione rientrano nella
terza categoria di rischio (III) indipendentemente dal grado dell'ipertensione
e sono esposti ad un rischio assoluto alto (pressione di grado 1
e 2) o molto alto (pressione di grado 3) anche in assenza di altri
fattori di rischio cardiovascolare, di danno degli organi bersaglio
o di condizioni cliniche associate (tabella 2) (7, 8).
Trattamento farmacologico immediato per l'ipertensione deve essere
instaurato per tutti i pazienti con rischio alto o molto alto (tabella
3) e quindi per tutti i pazienti con diabete mellito tipo 1 o tipo
2, indipendentemente dai livelli pressori (grado).
Il trattamento farmacologico immediato deve inoltre essere preso
in considerazione per i pazienti diabetici e per i soggetti con
insufficienza renale con pressione arteriosa nel range definito
“high-normal” (130-139/85-89 mmHg). Nei pazienti diabetici, indipendentemente
dall'età è desiderabile raggiungere livelli pressori
inferiori a 130/85 mmHg; obiettivi terapeutici ancora più
stretti sono proposti per i pazienti con proteinuria superiore ad
1 g/die (125/75 mmHg), ma anche per i soggetti con proteinuria di
grado minore (130/80 mmHg) (tabella 4) (7, 8).
Tabella 3 — Modalità di intervento in funzione
dell'entità del rischio cardiovascolare.

Tabella 4 — Modalità di intervento in funzione
dell'entità del rischio cardiovascolare con particolare enfasi
alle modalità di trattamento in caso di pressione arteriosa”
high-normal”: sia la JNC VI (8) che le linee guida OMS (7) suggeriscono
un atteggiamento aggreessivo nei confronti dei pazienti diabetici
con pressione arteriosa “high-normal”.


Diabete, ipertensione e rischio cardiovascolare: trials clinici
Numerosi trials hanno valutato gli effetti di differenti interventi
farmacologici nel modificare il rischio indotto da aumentati livelli
di pressione arteriosa. Solo pochi studi sono stati dedicati in
maniera specifica al paziente diabetico, mentre, nella maggior parte
dei casi, sono disponibili, all'interno dei principali trials, analisi
di sottogruppi spesso relativamente consistenti di pazienti con
diabete mellito. L'analisi di questi sottogruppi e l'interpretazione
dei risultati forniscono importanti informazioni per il trattamento
della pressione arteriosa in una categoria ad elevato rischio cardiovascolare
quale è quella dei pazienti con diabete mellito.
Il trattamento dell'ipertensione arteriosa
ha effetti più evidenti del trattamento dell'iperglicemia
sulle complicanze del diabete e sulla mortalità ad esse correlata:
conferme dai grandi trials.
Lo studio UKPDS (United Kingdom Prospective
Diabetes Study)
Dopo gli insuccessi dell'UGDP (apparente aumento di mortalità
cardiovascolare attribuito al trattamento con sulfoniluree) (10)
e del Veterans Affairs Cooperative Study (inattesa tendenza ad una
maggior frequenza di accidenti cardiovascolari in pazienti con diabete
di tipo 2 in trattamento insulinico intensivo) (11), l'UKPDS (12)
ha documentato in modo inequivocabile che un controllo glicemico
intensivo, in grado di modificare anche solo dell'11% l'HbA1c media,
è in grado di ridurre in modo significativo (del 25%) il
rischio di complicanze microangiopatiche, sia retiniche che renali,
confermando nel diabete tipo 2 i dati del DCCT nel diabete di tipo
1 (13). In modo meno evidente, il DCCT suggeriva anche un effetto
positivo sulle complicanze macroangiopatiche. L'effetto del migliorato
compenso glicemico sugli eventi cardiovascolari nel diabete tipo
2, con una riduzione dell'infarto del miocardio del 16%, un valore
al limite della significatività statistica, rimane controverso
(12). L'UKPDS mostra come un quintetto di fattori di rischio cardiovascolari
modificabili siano associati in maniera indipendente alla patologia
coronarica nel diabete tipo 2. Questi fattori di rischio sono l'aumento
dei livelli del colesterolo LDL, la riduzione del colesterolo HDL,
l'ipertensione arteriosa , l'iperglicemia e il fumo di sigaretta.
L'associazione tra arteriopatia coronarica (comparsa in 335 pazienti
nel corso di 8 anni di follow-up) e fattori di rischio rilevati
al momento del reclutamento nello studio (dopo un iniziale periodo
di trattamento con sola dieta della durata di 3 mesi) è stata
valutata in 3055 pazienti indipendentemente dal regime terapeutico
successivamente assegnato (14). La selezione operata dal modello
statistico sui fattori di rischio inclusi nell'analisi e la posizione
che ciascun fattore di rischio assume all'interno del modello statistico
forniscono una stima dell'impatto di ciascun fattore sugli end-points
coronarici: arteriopatia coronarica, infarto miocardico fatale e
non fatale, infarto miocardico fatale (tabella 5).

Gli effetti sulle complicanze macro- e microvascolari del controllo
pressorio ottimizzato, finalizzato al raggiungimento di valori pressori
<150/85 mmHg (mediante somministrazione preferenziale di un ACE-inibitore,
captopril 25-50 mg/die o di un beta-bloccante, atenololo 50-100
mg/die) sono stati paragonati agli effetti di un controllo meno
rigido dei valori pressori in cui erano ammessi valori inferiori
a 180/105 mmHg. Altri anti-ipertensivi (furosemide, nifedipina slow-release,
metildopa, prazosina) sono stati aggiunti allo scopo di raggiungere
gli obiettivi terapeutici. Sono stati reclutati 1148 pazienti ipertesi
affetti da diabete mellito tipo 2 (età media 56 anni, pressione
arteriosa 160/94 mmHg); 758 pazienti posti sotto stretto controllo
pressorio e 390 a controllo pressorio moderato sono stati seguiti
per un periodo di follow-up di 8.4 anni (15). Lo stretto controllo
pressorio (144/82 mmHg vs 154/87 mmHg del gruppo in terapia convenzionale,
-10/-5 mmHg, p<0.0001) riduce del 24% gli end-points correlati
al diabete (95%CI: 8-38%, p=0.0046), del 32% la mortalità
legata al diabete (6-51%, p=0.019), del 21% l'incidenza di infarto
del miocardio (p=0.13), del 44% l'incidenza di accidenti cerebrovascolari
(11-65%, p=0.013), del 34% l'incidenza di patologie cardiovascolari
(infarto miocardico, morte improvvisa, accidenti cerebrovascolari
e arteriopatia periferica; p<0.019). Dopo 9 anni di follow-up,
il gruppo assegnato a controllo stretto della pressione arteriosa
sperimentava una riduzione del 37% (11-56%, p=0.0092) degli end-point
microvascolari; in particolare, questo gruppo aveva una riduzione
del 34% (11-50%, p=0.004) nel rischio di aggravamento della retinopatia
e una riduzione del 47% (7-70%, p=0.004) nel rischio di peggioramento
dell'acuità visiva. Dopo 6 anni di follow-up, il gruppo in
stretto controllo pressorio aveva una riduzione del 29% (p=0.009)
nel rischio di sviluppare una escrezione urinaria di albumina superiore
a 50 µg/min e una riduzione del 39% (p=0.06) nel rischio di
proteinuria >=300 mg/l. Per confronto è opportuno ricordare
che nell'UKPDS, il controllo metabolico intensivo riduce il rischio
di tutti gli end-point legati al diabete del 12% (p=0.029) e delle
complicanze microvascolari del 25% (p=0.0099).

Appare evidente che un atteggiamento aggressivo verso l'ipertensione
arteriosa è in grado di ridurre il rischio di complicanze
micro- e macrovascolari in modo più efficace di quanto sia
in grado di fare il miglioramento del controllo metabolico (15).
L'effetto favorevole della terapia antiipertensiva sulla microangiopatia
del diabete tipo 2 è essenzialmente dovuto alla riduzione
nella progressione della retinopatia, dato che l'incidenza di nefropatia
era complessivamente modesta nel corso dello studio. Emerge, analogamente
a quanto osservato nel diabete tipo 1, il ruolo dell'ipertensione
nella progressione della nefropatia diabetica nel diabete tipo 2.
Particolarmente importante è il confronto con i dati dello
stesso UKPDS sull'effetto del miglioramento del controllo glicemico
sulla morbilità e sulla mortalità cardiovascolari.
Infatti, mentre il controllo glicemico intensivo riduce decisamente
il rischio di microangiopatia, ma non modifica in maniera significativa
il rischio di complicanze macrovascolari, un miglior controllo pressorio
si dimostra anche in grado di ridurre sensibilmente (del 34%) il
rischio di eventi cardiovascolari, la principale causa di morbilità
e mortalità del diabete di tipo 2. Particolarmente significative,
come atteso, le riduzioni nell'incidenza degli accidenti cerebrovascolari
(44%, p=0.013) e dei casi di scompenso cardiaco (56%, p=0.0043).
Il trattamento aggressivo dell'ipertensione, i cui effetti positivi
sembrano essere decisamente superiori a quelli ottenuti con lo stretto
controllo glicemico (riduzione del rischio per tutti gli end-point
riferibili al diabete 24% vs 12%; riduzione del rischio di microangiopatia
37% vs 25%), è prioritario nei soggetti con diabete di tipo
2.
Lo studio EUCLID (EURODIAB Controlled Trial
of Lisinopril in Insulin-Dependent Diabetes).
E' noto che la terapia antiipertensiva e in particolare la terapia
con inibitori dell'enzima di conversione dell'angiotensina (ACE),
previene l'insorgenza e rallenta la progressione della nefropatia
sia nel diabete tipo 1 che nel diabete tipo 2 (16). Una recente
meta-analisi, presentata all'11th Meeting of the European Diabetic
Nephropathy Study Group (1998) - comprensiva di 8 studi randomizzati,
includenti 474 diabetici tipo 1 con microlabuminuria, 240 terapia
con ACE-inibitori, 234 in trattamento placebo — dimostra che il
trattamento con ACE-inibitori riduce in media del 79% la progressione
della microalbuminuria verso la nefropatia conclamata prevenzione
secondaria). Inoltre, la regressione verso la normoalbuminuria avviene
con frequenza più che doppia nei pazienti in terapia con
ACE-inibitori rispetto a quelli in trattamento con placebo. L'efficacia
del trattamento non risulta influenzata da fattori confondenti quali
il controllo glicemico e i valori della pressione arteriosa (17).
Il ruolo degli antiipertensivi e soprattutto degli ACE inibitori
nella prevenzione primaria della microalbuminuria e della nefropatia
diabetica è sostenuto da almeno due recenti studi. Nel diabete
tipo 2, sei anni di trattamento con ACE-inibitori (enalapril) in
pazienti normotesi con normale escrezione urinaria di albumina sono
in grado di ridurre del 12.5% il rischio assoluto di sviluppare
la microalbuminuria (18). Uno studio analogo in cui è stato
utilizzato il lisinopril, realizzato in una ampia coorte di soggetti
normoalbuminurici con diabete di tipo 1, anch'essi normotesi (EUCLID),
ha dato risultati suggestivi sebbene inconclusivi (19). Gli effetti
favorevoli del trattamento dell'ipertensione arteriosa, un formidabile
fattore di rischio per le complicanze microvascolari, sulla retinopatia
diabetica, dimostrato per il diabete tipo 2 dall'UKPDS (15), è
confermato nel diabete tipo 1 dallo studio EUCLID (20), uno studio
randomizzato con follow-up di due anni, dedicato a valutare gli
effetti del lisinopril (10-20 mg/die) sull'incidenza e progressione
della retinopatia diabetica. Sono stati studiati 530 diabetici tipo
1 normotesi, normoalbuminurici (85%) o microalbuminurici. La percentuale
di soggetti con retinopatia alla randomizzazione era del 65% nel
gruppo placebo e del 59% nel gruppo lisinopril. La retinopatia progrediva
di almeno un livello nel 13.2% dei pazienti trattati con lisinopril
e nel 23.4% dei pazienti trattati con placebo (odds ratio: 0.50,
p=0.02). Il lisinopril, inoltre, riduceva la progressione di due
o più livelli della retinopatia (odds ratio 0.27, p=0.05)
e l'evoluzione verso la retinopatia proliferante (odds ratio 0.18,
p=0.03). Incidenza (odds ratio 0.69, p=0.4) e regressione della
retinopatia (odds ratio=1.48, p=0.2) erano più frequenti
nel gruppo lisinopril, ma le differenze non erano statisticamente
significative. Il trattamento antiipertensivo con ACE-inibitori
(lisinopril, EUCLID, diabete tipo 1 (20); captopril, UKPDS, diabete
tipo 2 (15)) o con beta-bloccanti (atenololo, UKPDS, diabete tipo
2 (15)), è in grado di rallentare la progressione della retinopatia
diabetica in maniera più efficace dello stretto controllo
glicemico (21). Tuttavia, il trattamento ottimale si dell'ipertensione
che dell'iperglicemia produce i migliori risultati sulle complicanze
microangiopatiche.

Trattamento intensivo dell'ipertensione
nel diabete mellito: evidenze dai grandi trials
Lo studio HOT (Hypertension Optimal Treatment trial).
Nello studio HOT (22), randomizzato, controllato verso placebo,
condotto in doppio cieco, 1501 dei 18790 ipertesi reclutati (età
50-80 anni) erano diabetici. I pazienti sono stati stratificati
in funzione di un traguardo terapeutico progressivamente più
ambizioso rappresentato da valori di pressione arteriosa diastolica
<=90 mmHg (n. 501), <=85 mmHg (n. 501) e <=80 mmHg (n.
499). Alla felodipina (5 mg/die), farmaco di base (step 1), potevano
essere aggiunti, secondo uno schema prestabilito, ACE-inibitori
o beta-bloccanti (step 2), felodipina 10 mg/die (step 3), ACE-inibitori
o beta-bloccanti in dose doppia (step 4); diuretici. Il follow-up
è stato di 3.8 anni (3.3-4.9). Nei soggetti affetti da diabete
mellito, tra soggetti con obiettico <=80 e soggetti con obiettivo
<=90 si è registrata una riduzione del 51% degli episodi
cardiovascolari maggiori (RR=2.06, p=0.002). Riduzioni significative
sono state osservate quando tra gli eventi maggiori è stato
incluso anche l'infarto silente (RR=1.6, p=0.045) o quando è
stata valutata la mortalità cardiovascolare (RR=3.0, p=0.016)
(tabella 8).

Nei diabetici dello studio HOT (22), il rischio di malattia cardiovascolare
è risultato significativamente minore nei pazienti randomizzati
al più basso livello di pressione; inoltre non vi è
alcun aumento del rischio cardiovascolare nei pazienti randomizzati
al raggiungimento delle pressioni più basse (pressione diastolica
<=80 mmHg). Tali osservazioni sono in linea con i dati dell'UKPDS
dove un più rigoroso controllo della pressione arteriosa
(media della pressione arteriosa raggiunta pari a 144/82 mmHg) consente
una riduzione notevole del rischio di eventi cardiovascolari rispetto
ad un controllo meno rigoroso (154/87 mmHg) (15). Nello Steno Type
2 Study (23), un intervento intensivo multifattoriale (pressione
arteriosa, glicemia, assetto lipidico, stile di vita), basato per
quanto riguarda il controllo della pressione arteriosa nel gruppo
in trattamento intensivo principalmente sull'uso degli ACE-inibitori,
porta a valori di pressione arteriosa di 138/78 mmHg contro i 144/81
mmHg del gruppo trattato meno intensivamente. Nella maggior parte
dei pazienti con diabete di tipo 2, quindi, l'obiettivo del trattamento
dell'ipertensione può essere fissato ad un livelloo di 135-140/80-85
mmHg o ancora più basso. E' questo il livello (130/85 mmHg)
fissato dalle recenti linee guida (7).
Quali farmaci per il trattamento
dell'ipertensione arteriosa nel diabete mellito: evidenze dai grandi
trials
Sebbene gli studi condotti con gli inibitori dell'enzima di conversione
abbiano dato risultati di notevole interesse soprattutto nel trattamento
dell'ipertensione arteriosa del diabetico con nefropatia o con microalbuminuria
(24, 25), numerosi dati della letteratura più recente, sia
pur con le dovute importanti eccezioni, sembrano indicare che lo
stretto controllo della pressione arteriosa può essere più
importante del farmaco impiegato per ottenerlo.
Numerosi trials condotti nella popolazione generale dei pazienti
ipertesi includono sottogruppi numericamente significativi di pazienti
con diabete di tipo 2. Negli studi SHEP (Systolic Hypertension in
the Elderly Program) in cui sono state impiegate, come terapia di
base, basse dosi di diuretici tiazidici (clortalidone) in diabetici
tipo 2 con ipertensione sistolica isolata (26), nello studio HOT
(Hypertension Optimal Treatment) (22), e nello studio SYST-EUR (Systolic
Hypertension in Europe) (27), in cui sono stati utilizzati, come
terapia di base, calcio-antagonisti, la riduzione della pressione
arteriosa ha determinato nei pazienti diabetici una diminuzione
del rischio assoluto e relativo di incidenza in eventi cardiovascolari
ed in mortalità cardiovascolare superiori rispetto ai soggetti
non diabetici.
Lo studio SHEP (Sysolic Hypertension in the
Elderly Program)
Nello studio SHEP (26), l'incidenza a 5 anni di eventi cardiovascolari
maggiori si è ridotta del 34% nei soggetti in trattamento
attivo rispetto ai controlli, sia nei soggetti non diabetici (n.
4149; 95%CI 21%-45%) che nei diabetici tipo 2 (n. 583; 95%CI 6%-54%).
La riduzione del rischio assoluto indotta dal trattamento attivo
rispetto al placebo è stata doppia nei diabetici rispetto
ai non diabetici: il trattamento è stato infatti in grado
di prevenire 101 eventi per 1000 soggetti in 5 anni tra i pazienti
diabetici e 51 eventi per 1000 individui in 5 anni tra i non diabetici.
Lo studio HOT (Hypertension Optimal Treatment)
Nello studio HOT (22), l'incidenza di complicanze cardiovascolari
nel gruppo il cui obiettivo terapeutico era rappresentato da livelli
di pressione arteriosa diastolica <80 mmHg rispetto al gruppo
il cui obiettivo terapeutico era rappresentato da livelli di pressione
<90 mmHg (il valore di <85 mmHg costituiva il traguardo intermedio)
non è risultata significativamente più bassa nella
popolazione non diabetica, ma solo nel sottogruppo, sia pur numericamente
rilevante, di soggetti con diabete tipo 2. Con una pressione di
144/81 mmHg ottenuta nel gruppo ad obiettivo più ambizioso,
l'incidenza di complicanze cardiovascolari nei pazienti diabetici
è risultata significativamente minore rispetto al gruppo
in cui l'obiettivo pressorio da raggiungere era più alto
(145/85 mmHg). Sebbene la terapia fosse basato sull'impiego in prima
istanza di un calcio-antagonista (felodipina), un trattamento aggiuntivo
comprendente l'uso degli ACE-inibitori come secondo step, nonché
di beta-bloccanti e di diuretici step by step secondo un preciso
disegno sperimentale in funzione dei target di pressione diastolica,
era fornito a più del 40% dei pazienti. In tutti i casi,
anche nello studio HOT (22), il trattamento aggressivo della pressione
arteriosa è risultato particolarmente efficace nei soggetti
con diabete mellito.
Lo studio SYST-EUR (Systolic Hypertension
in Europe)
Nello studio SYST-EUR (Systolic Hypertension in Europe) (27), 492
dei 4695 soggetti (pressione sistolica tra 160 e 219 mmHg, diastolica
<95 mmHg) randomizzati a trattamento attivo (nitrendipina con
la possibile aggiunta o sostituzione di enalapril e/o idroclorotiazide
allo scopo di ridurre la pressione sistolica di almeno 20 mmHg e
al di sotto di 150 mmHg) o a placebo, erano diabetici. Dopo 2 anni
di follow-up, nei 4203 pazienti non diabetici la differenza di valori
pressori sisto/diastolici tra placebo e trattamento attivo era pari
a 10.3/4.5 mmHg. Nei diabetici, pressione sistolica e diastolica
differevano nei due gruppi di rispettivamente di 8.6 e 3.9 mmHg.
Nei non diabetici, il trattamento attivo riduce gli eventi cardiovascolari
del 26% e gli accidenti cerebrovascolari fatali e non fatali del
38%. Nei pazienti con diabete, il trattamento attivo riduce la mortalità
totale del 55% (da 45.1 a 26.4 decessi per 1000 pazienti/anno),
la mortalità per patologie cardiovascolari del 76%, gli eventi
cardiovascolari del 69%, gli accidenti cerebrovascolari fatali e
non fatali del 73% e tutti gli eventi cardiaci del 63%. Le riduzioni
nella mortalità totale, nella mortalità cardiovascolare
e nell'incidenza di eventi cardiovascolari sono risultate significativamente
maggiori nei diabetic rispetto ai non-diabetici (risettivamente
p=0.04, p=0.02 e p=0.01). E' evidente come l'efficacia del trattamento
anti-ipertensivo basato sull'impiego della nitrendipina sia particolarmente
efficace nel diabetico con ipertensione sistolica isolata. Lo studio
SYST-EUR, così come lo studio SHEP e, per certi aspetti,
anche lo studio HOT non confermano l'ipotesi che l'uso di calcio-antagonisti
a lunga durata d'azione sia legato ad un eccesso di rischio cardiovascolare
nel paziente diabetico (28). Il confronto tra SHEP e SYST-EUR, entrambi
condotti in soggetti con ipertensione sistolica isolata, (l'incidenza
di eventi cardiovascolari si riduce del 34% nello studio SHEP e
del 69% nel SYST-EUR) suggerisce che nei diabetici con ipertensione
arteriosa i bloccanti dei canali del calcio diidropiridinici a lunga
durata d'azione offrono, a parità di efficacia anti-ipertensiva
(SHEP: -9.8/2.2 mmHg vs SYST-EUR: 8.6/3.9 mmHg), una protezione
cardiovascolare superiore a quella dei diuretici.
D'altra parte, altri studi, lo studio ABCD (Appropriate Blood Pressure
Control in Diabetes) (29), e il FACET (Fosinopril versus Amlodipine
Cardiovascular Events Randomized Trial) (30), ma anche gli studi
MIDAS (Multicenter Isradipine Diuretic Atherosclerosis Trial) (31)
ed EPESE () (32) hanno rilevato una incidenza più elevata
di eventi cardiovascolari nei pazienti con diabete tipo 2 ipertesi
trattati con calcio antagonisti diidropiridinici rispetto a quelli
trattati con altri antiipertensivi. Nello studio MIDAS (31), in
cui i pazienti con diabete noto erano esclusi, una associazione
significativa tra rischio di eventi cardiovascolari e livelli di
emoglobina glicata è stata osservata nel gruppo in trattamento
con isradipina (n. 442), ma non nel gruppo in terapia con diuretici
(n. 441). Gli eventi cardiovascolari associati all'uso della isradipina
sono stati più numerosi nei soggetti non-diabetici con ridotta
tolleranza glucidica. L'ipotesi di una maggior suscettibilità
dei soggetti con dismetabolismo glucidico agli effetti dei calcio-antagonisti
sarebbe confermata dall'osservazione che nel gruppo in trattamento
con isradipina, i soggetti con più elevati valori di HbA1c
avevano, a parità di dose, una maggior riduzione dei livelli
pressori rispetto ai pazienti con valori di HbA1c più bassi.
Lo studio ABCD (Appropriate Blood Pressure
Control)
E' stata studiata, quale end-point secondario dello studio, l'incidenza
di eventi cardiovascolari in pazienti ipertesi con diabete tipo
2 trattati in maniera randomizzata con il calcio-antagonista nisoldipina
(n. 235) o l'ACE-inibitore enalapril (n. 235). A parità di
controllo della pressione arteriosa, di valori glicemici, di profilo
lipidico e di abitudine al fumo di sigaretta, i pazienti in trattamento
con nisoldipina hanno sperimentato, dopo 5 anni di follow-up, una
maggior incidenza di episodi di infarto miocardico fatale e non
fatale rispetto ai soggetti trattati con enalapril (25/235 vs 5/235,
p=0.001). Il rischio relativo corretto per età, sesso, durata
del diabete, durata dell'ipertensione, positività per coronaropatia,
fumo di sigaretta, pressione sistolica e diastolica, indice di massa
corporea, glicemia ed emoglobina glicata, uso di beta-bloccanti
o diuretici, profilo lipidico ed uso di ipolipemizzanti è
risultato pari a 7.0 (95% CI 2.3-21.4) (29). I soggetti trattati
con enalapril, non solo presentavano una più bassa incidenza
di infarto fatale e non fatale, ma anche un più lungo intervallo
di tempo tra l'ininizio del trattamento e l'intervenire dell'evento
ischemico.
Lo studio FACET (Fosinopril versus Amlodipine
Cardiovascular Events Randomized Trial)
Scopo del FACET (30) è stato confrontare gli effetti del
fosinopril (n. 189, 20 mg/die) e dell'amlodipina (n. 191, 10 mg/die)
sui lipidi plasmatici e sul controllo della glicemia in pazienti
con diabete tipo 2 ed ipertensione arteriosa. E' stata valutata
in maniera prospettica (follow-up 3 anni e mezzo), ma anche in questo
studio come end-point secondario, l'incidenza di eventi cardiovascolari.
Nei pazienti trattati con fosinopril si è registrato un minor
rischio per l'end-point combinato infarto miocardico, ictus cerebrale
o angina richiedente l'ospedalizzazione rispetto ai pazienti trattati
con amlodipina (14/189 vs 27/191; rischio relativo 0.49, 95%CI 0.26-0.95).
Due studi hanno quindi paragonato direttamente gli ACE-inibitori
ed i calcio-antagonisti (29, 30) ed indicato che nei pazienti con
diabete di tipo 2 gli ACE-inibitori hanno un effetto sugli eventi
coronarici più favorevole dei calcio-antagonisti diidropiridinici.
Questi studi, per entrambi i quali l'end-point cardiovascolare non
era l'end-point primario, necessitano di ulteriore conferma. Analogamente,
necessitano di conferma i risultati di un altro recente studio,
il SYST-EUR (27), e anche quelli dello studio HOT (22), che suggeriscono
come la terapia anti-ipertensiva con nitrendipina (27), o quella
con felodipina (22) siano particolarmente vantaggiose nei pazienti
con diabete ed ipertensione sistolica isolata (27) o ipertensione
sisto-diastolica (22).
Lo studio UKPDS (United Kingdom Prospective
Diabetes Study)
ACE-inibitori e beta-bloccanti sono stati posti a confronto nella
popolazione dell'UKPDS (United Kingdom Prospective Diabetes Study)
(33) e nello studio CAPPP (Captopril Prevention Project) (34). Nell'UKPDS
(33), dei 758 pazienti allocati a stretto controllo della pressione
arteriosa, 400 erano randomizzati a captopril e 358 ad atenololo.
Captopril ed atenololo erano ugualmente efficaci nel ridurre la
pressione arteriosa (144/83 vs 143/81 mmHg) e simile era la percentuale
di soggetti che richiedevano tre o più trattamenti anti-ipertensivi
(27% vs 31%). Captopril ed atenololo erano ugualmente efficaci nel
ridurre il rischio di eventi macrovascolari ed una percentuale simile
di pazienti nei due gruppi presentavano progressione della retinopatia
(31% nel gruppo captopril e 37% nel gruppo atenololo) o evoluzione
verso la proteinuria (rispettivamente 5% e 9%) (tabella 9).

Lo studio CAPPP (Captopril Prevention Project)
Studio prospettico randomizzato (34) dedicato a confrontare gli
effetti del trattamento con ACE-inibitori rispetto a quelli della
terapia convenzionale (diuretici, beta-bloccanti) sulla morbilità
e mortalità cardiovascolari (infarto miocardico fatale e
non fatale, eventi cerebrovascolari e altri eventi cardiovascolari)
in una ampia coorte di pazienti ipertesi (n. 10.985, età
25-66 anni, pressione diastolica >100 mmHg). L'end-point è
stato raggiunto da 363 su 5492 pazienti trattati con captopril (11.1
per 1000 pazienti/anno) e da 335 su 5493 soggetti in terapia convenzionale
(10.2 per 1000 pazienti/anno; rischio relativo 1.05, 95%CI 0.90-1.22,
p=0.52). D'altra parte, nel sottogruppo di soggetti con diabete
mellito (n. 572), l'incidenza di tutti gli eventi cardiovascolari
(end-point cumulativo), quella degli eventi cardiovascolari fatali
e quella di infarto miocardico fatale e non-fatale erano significativamente
minori nei soggetti trattati con captopril (tabella 10).

The Cooperative Cardiovascular Project (35)
Confronto di mortalità tra pazienti trattati con beta-bloccanti
(34%) e pazienti non trattati con beta-bloccanti (66%) dopo infarto
miocardico (n. 201.752). La mortalità totale relativa dopo
24 mesi risultò significativamente più bassa tra i
pazienti che ricevevano terapia con beta-bloccanti non solo nella
più ampia coorte di soggetti senza complicanze (riduzione
della mortalità del 40%), ma anche nei soggetti con infarto
non-Q, in quelli con broncopneumopatia cronica ostruttiva, in quelli
con 80 o più anni di età, in quelli con frazione di
eiezione inferiore al 20%, in quella con creatinina sierica superiore
a 1.4 mg/dl e, infine, nei soggetti con diabete mellito. Dato il
più elevato rischio di questi sottogruppi, la riduzione assoluta
in mortalità risultò addirittura maggiore rispetto
ai soggetti senza fattori di rischio specifici.
Lo studio HOPE (Heart Outcomes Prevention
Evaluation)
L'HOPE è un studio randomizzato, in doppio cieco, controllato
verso placebo dedicato a valutare, in un disegno fattoriale 2x2,
l'efficacia del trattamento con ramipril e vitamina E in una ampia
coorte (n. 9541; età media 66 anni) di pazienti ad elevato
rischio cardiovascolare. Criteri di inclusione erano: a. qualsiasi
evidenza di patologie vascolari (infarto 52%, ictus+TIA 11%, angina
stabile/instabile, vasculopatie periferiche 43%, qualsiasi coronaropatia
80%, PTCA, CABG, ipercolesterolemia 66%, ipertensione 47%); b. diabete
mellito associato ad un altro fattore di rischio coronarico tra
ipercolesterolemia, fumo, ipertensione e microalbuminuria. Il diabete
era presente nel 38% dei pazienti (n. 3657). Lo studio, programmato
a 6 anni di follow-up, è stato interrotto nel marzo del '99
dopo 4.4 anni. Tutti i pazienti ricevevano il miglior trattamento
farmacologico cardiovascolare a seconda del loro quadro clinico:
ASA/antiaggreganti 76%, calcio-antagonisti 47%, beta-bloccanti 40%,
ipocolesterolemizzanti 29%, diuretici 15%. La riduzione del rischio
di eventi cardiovascolari gravi indotta dal trattamento con ramipril
nell'intera popolazione studiata è riportata in tabella 10.
I benefici del trattamento con l'ACE-inibitore erano simili nei
pazienti normale pressione arteriosa e nei pazienti ipertesi. Del
resto tutti i pazienti stavano già ricevendo un trattamento
farmacologico adeguato al loro quadro clinico. L'osservazione suggerisce
che l'ampia riduzione in eventi cardiovascolari sia solo in parte
dovuta alla riduzione della pressione arteriosa (36, 37).

In 3657 pazienti con diabete mellito tipo 2, è stata dimostrata
una riduzione del 38% dei decessi per eventi cardiovascolari e del
21% degli infarti del miocardio (tabella 11). Vengono ridotti l'incidenza
di eventi cerebrovascolari e gli interventi di rivascolarizzazione.
Il trattamento con ramipril previene le complicanze microvascolari
del diabete, la progressione verso la nefropatia conclamata (-22%,
p<0.05) e l'evoluzione verso la microalbuminuria. Prevenzione
della nefropatia (RR=0.74, p<0.01) e della microalbuminuria (RR=0.90,
p<0.05) si osservano nell'interapopolazione in studio, e non
solo nel sottogruppo con diabete noto.

Lo studio ALLHAT (The Antihypertensive and
Lipid Lowering Treatment to Prevent Heart Attack Trial)
Studio attualmente in corso, randomizzato, che si propone l'arruolamento
di 40.000 pazienti ipertesi ad elevato rischio di età >=55
anni e con valori di pressione arteriosa di 140-180/90-110 mmHg.
Arruolamento e randomizzazione sono stati completati ed un terzo
dei pazienti inclusi sono diabetici (28). L'obiettivo è quello
di valutare l'ipotesi che l'incidenza combinata di patologie coronariche
fatali e infarto miocardico non fatale siano maggiori nei pazienti
trattati con un diuretico (clortalidone, n. 14.620, 12.5-25 mg/die)
rispetto ai soggetti randomizzati a terapie alternative: calcio-antagonisti
(amlodipina, n. 8460, 2.5-10 mg/die), ACE-inibitori (lisinopril,
n. 8460, 10-40 mg/die) o bloccanti alfa-adrenergici (doxazosin,
n. 8460, 1-8 mg/die) (38). Sebbene i risultati di numerosi trials
siano stati utilizzati per sostenere l'ipotesi di differenti effetti
su vari end-points cardiovascolari di diversi farmaci anti-ipertensivi,
lo studio ALLHAT è specificamente disegnato per confrontare,
in maniera diretta e con adeguata potenza statistica, gli effetti
di calcio-antagonisti, alfa-bloccanti ed ACE-inibitori con quelli
della terapia basata sull'uso dei diuretici (39). I risultati sono
attesi per il 2002.
Infine, lo studio Steno type 2 (The Steno
Type 2 randomised study)
Modificazioni comportamentali ed una terapia farmacologica avente
quali bersagli l'iperglicemia, l'ipertensione, la dislipidemia e
la microalbuminuria in maniera combinata induce in una coorte di
diabetici tipo 2 con microalbuminuria una riduzione significativa
nell'incidenza di progressione verso la nefropatia (Odds Rario 0.27,
95%CI 0.10-0.75), progressione della retinopatia (0.45, 95%CI 0.21-0.95)
e della neuropatia autonomica (0.3”, 95%CI 0.12-0.78).
Estrapolando tale riduzione del rischio, il numero di pazienti
che è necessario trattare per 5 anni per prevenire una complicanza
microangiopatica è solo di 1.4. E' l'intervento multifattoriale
intensivo (tabella 12), la chiave di volta per la prevenire e rallentare
la progressione delle complicanze del diabete.

Conclusioni
Il trattamento anti-ipertensivo intensivo è fortemente raccomandato
nella terapia del diabete mellito con riferimento sia alle complicanze
microvascolari che cardiovascolari. Benché si discuta strenuamente
su quale sia il farmaco di prima scelta o più adatto per
il trattamento dei diabetici ipertesi, la maggior parte dei pazienti
con diabete di tipo 2 e ipertensione necessitano di una combinazione
di agenti diversi per ottenere un efficace controllo della pressione
arteriosa. Nello studio HOT (22), dopo 3.8 anni di follow-up, il
78% dei pazienti assumeva il calcio-antagonista quale terapia di
base, insieme con un ACE-inibitore (41%), un beta-bloccante (28%),
o un diuretico (22%). Nell'UKPDS, dopo 9 anni di follow-up, il 29%
dei diabetici di tipo 2 appartenenti al gruppo a stretto controllo
richiedeva tre o più farmaci per raggiungere i target pressori,
nonostante questi target (<150/85 mmHg) fossero meno rigidi di
quelli raccomandati dalle più recenti linee guida (<130/85
mmHg) (7, 8).
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